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La Festa Patronale dei SS Faustino e Giovita a Sarezzo

LA STORIA

Da tempo immemorabile “San Faustino” di Sarezzo è la ricorrenza patronale più nota e frequentata dell’intera Valtrompia. A tal punto che un tempo, tra la folla di fedeli accorsi, si intrufolavano talvolta dei furfanti o malintenzionati, gente che approfittava della ressa per compiere ribalderie o peggio ancora. “Il 15 febbraio 1797, nella Piazza del Comune ove c’era grande moltitudine di popolo, arrivò da Cogozzo un uomo facinoroso e prepotente nonché armigero, che nelle osterie assaliva la gente; dopo mille espressioni micidiali fatte col coltello alla mano, tentò di uccidere un figlio di Francesco Paletto”.

Per impedire il ripetersi di simili episodi, la Deputazione comunale di Sarezzo (cioè la Giunta), in data 8 febbraio 1825, così scriveva al Commissario distrettuale di Gardone:

“Approssimandosi la Fiera di San Faustino che è solito farsi il 15 Febbraio di ogni anno in questo Comune, siccome in questa giornata concorre un’affluenza straordinaria di gente, si interessa la compiacenza di Lei, Sig. Commissario, a voler ordinare al Sig. Sergente comandante la Brigata dell’imperial Regia Gendarmeria, che si rechi sul luogo con la Brigata per mantenere il buon ordine”.

Il culto dei due martiri bresciani si era diffuso in città fin dal IV secolo, allorché sul luogo del loro martirio (nei pressi dell’odierna Porta Cremona) venne edificata la chiesa di “San Faustino ad sanguinem” (ora S. Afra). Sembra che il culto dei due santi sia giunto in Valtrompia soltanto nella prima metà del IX° secolo ad opera del Capitolo della Cattedrale e dei benedettini del monastero di S. Faustino che in valle contavano numerosi possedimenti fondiari.

Bisogna risalire a circa 1.200 anni fa – all’epoca carolingia – quando il vescovo di Brescia, Ramperto, (a. 821 – 844), nella zona nord-occidentale della città fece edificare il celebre monastero faustiniano.

In quegli anni le spoglie dei due santi furono traslate dal luogo della primitiva sepoltura nella nuova chiesa di S. Faustino annessa al monastero.

Successivamente in numerose località della nostra valle, a Sarezzo, Pregno, Marmentino, Bovegno, Memmo, sorsero cappelle e chiese dedicate ai santi Faustino e Giovita tradizionalmente ritenuti originari della Valtrompia.

Nel Medioevo, in onore dei due santi, si celebravano in valle due feste:

– una il 15 febbraio, in data del loro martirio;

– una il 9 maggio, per commemorare la traslazione dei loro corpi alla chiesa di S. Faustino Maggiore.

Gli statuti di Bovegno e Cimmo, risalenti al sec. XIV°, stabilivano che la festa patronale del 15 febbraio si doveva celebrare in ogni comune della valle. Lo statuto di Valtrompia del 1576, al cap. 31, prescriveva che la ricorrenza dei “Santi Patroni della Valle” fosse giorno di riposo: non potevano tenersi i Consigli comunali “Non si renda ragione, ma ogni giudizio si taccia”. Era vietato lavorare “con le persone e con gli animali, sotto pena di soldi dieci planeti”. Le “Provisioni della Spetabil Comunità di Sarezzo”, trascritte l’anno 1676, al cap. 88, stabilivano che “nella festa dei SS. Martiri Fausto et Giovita, Protettori e Tutelari di Sarezzo”, nessun abitante del comune poteva “recarsi alli Molini per macinar biave di sorte alcuna sotto pena di soldi, dieci planeti per ogni persona”.

I valligiani, contadini e boscaioli, trascorrevano i lunghi mesi invernali in un isolamento quasi assoluto, intenti, dall’alba al tramonto, a tagliare legna nel bosco o, nella stalla, a preparare gli attrezzi da lavoro, in attesa dell’arrivo della bella stagione. Pochissime erano le occasioni di incontro con persone e men che meno di svago oltre la cerchia del proprio paese.

Ma a metà febbraio quando il sole cominciava a liberare dalla neve i disagevoli sentieri “a S. Faüstì, al sul sö töcc i dusulì”, giungeva la tanto attesa solennità dei santi Faustino e Giovita che a Sarezzo durava più giorni e coinvolgeva gli abitanti dell’intera valle. Le carreggiate cominciavano ad animarsi per il transito dei carri, animali e persone fin dalla vigilia. Giovani e adulti, smessi gli abiti della fatica quotidiana (i vistìcc de ogni dé), indossati quelli della festa, calzate le scarpe di cuoio (ma solo i più fortunati), sui carri o a piedi, si dirigevano verso la parrocchiale di Sarezzo. Lo spettacolo che si presentava loro era davvero insolito: la piazza del paese era invasa dalle bancarelle, i richiami dei venditori, il vociare della folla, gli schiamazzi dei ragazzi facevano un tutt’uno con gli odori ed i colori delle merci esposte.

La messa “grande” della domenica era annunciata dallo scampanio festoso di tutte le campane della torre e dal sopraggiungere sul sagrato degli uomini del comune preceduti dal gonfalone. La navata della chiesa era gremita dai fedeli, e le autorità civili, militari e religiose prendevano posto negli scranni loro riservati nel presbiterio.

Terminata la lettura del vangelo, il parroco dall’alto del pulpito teneva il “panegirico” in lode ed onore dei santi Patroni. Nel prosieguo della festa seguivano altre cerimonie fra cui il canto dei Vespri e l’esposizione delle Reliquie dei santi Faustino e Giovita, un prezioso dono offerto alla parrocchia dai fratelli Giuseppe, Gaetano e Lodovico Redolfi di Zanano.

Ben presto la festa patronale assunse inevitabilmente anche il carattere di una grande sagra paesana nel segno del divertimento e della spensieratezza. Un giro fra le bancarelle era già un momento di piacere per l’olfatto e per la vista. Ecco l’immancabile zucchero filato, le ciambelle zuccherate, i confetti col rosolio ed il croccante alle nocciole.

Con pochi centesimi si poteva fare una scorpacciata di “patuna” o di “biline” cotte nell’acqua.

I ragazzi andavano matti per le “guaine”, la farina di biline e i “belegocc” che non erano altro che castagne cotte infilzate per farne collane.

L’attrazione principale per grandi e piccini era il “circo equestre” dove tre cavalli ed una ballerina eseguivano salti, corse e giravolte.

Altre singolari attrazioni erano i saltimbanchi, l’uomo mangiafuoco, la donna barbuta o quella senza testa detta “ramaiana”.

Tra le bancarelle e le giostre si aggirava l’uomo del “verticale”, il cantastorie al suono dell’organetto narrava il triste destino di ragazze tradite ed abbandonate dall’innamorato; il foglio con la patetica storia scritta in poesia si poteva acquistare per pochi centesimi. Ci si poteva imbattere nell’individuo che ti proponeva il gioco dei tre campanelli, croce e delizia di chi amava il gioco d’azzardo; sotto uno dei tre campanelli disposti sul tavolino era nascosta una pallina; si trattava di “puntare” con una banconota sul campanello sotto il quale si pensava ci fosse la pallina. Il gioco si concludeva quasi sempre con la perdita della “posta” da parte dell’incauto giocatore.

In omaggio alla tradizione secondo la quale S. Faustino dava alle ragazze l’opportunità di un incontro, la sera del lunedì crocchi di giovani si attardavano fino a notte inoltrata nella speranza di trovare il “moroso”. La festa poteva dirsi finita quando gli ultimi giocatori di “morra” lasciavano l’osteria e annusando l’aria dicevano: “San Faüstì, mercant de nef”.


TRATTO DALL’ARTICOLO DI ROBERTO SIMONI PUBBLICATO SUL QUINDICINALE “SAREZZOINFORMA” N. 3/2002 DEL 5/2/2002

LA FIGURA DEI SANTI FAUSTINO E GIOVITA

Esaminiamo la figura dei santi patroni e affrontiamo alcuni aspetti della tradizione religiosa, secondo la quale i santi patroni vengono raffigurati e descritti con le armature di guerrieri. Lo sono una testimonianza le statue della facciata della parrocchiale, la grande pala del Moretto racchiusa nella soasa lignea e soprattutto la piccola opera di Pietro da Marone custodita nell’ufficio del Sindaco nel palazzo comunale. Ovviamente non si può dimenticare, nella nostra Valtrompia, l’antica arte della lavorazione del ferro, rivolta in particolare alla produzione di armi bianche e armi da fuoco, ma non basta.

I commentatori sostengono che i tipi iconografici relativi ai patroni sono due: il primo di probabile derivazione popolare, secondo il quale i santi erano dei soldati-guerrieri. Il secondo è forse di origine monastica e i santi sono visti come sacerdote e diacono. Il primo tipo iconografico, quello che interessa a noi, è abbastanza antico (ne sono testimonianza alcuni bassorilievi), anche perché i patroni erano protettori e tale funzione poteva essere svolta con maggiore efficacia grazie alle armature e alle armi.

Ma è un episodio, una leggenda a far sviluppare questo filone, recuperando un’antica immagine già viva nella tradizione.

Ecco come nel 1670 Bernardino Faino racconta questa vicenda. “Comparvero gloriosi il giorno di S. Lucia su le mura della città verso S. Fiorano in faccia dell’inimico gli nostri Santi Protettori Faustino e Giovita in habito militare (come pure fu scritto, et anco espresso in pittura) divinamente diffendendo la loro Patria, con la total rovina di quell’essercito, che vedendo lampeggiare luce divina d’intorno a gli due potentissimi Defensori, intendendo ch’il Cielo guerreggiava per noi Bresciani; il giorno seguente dileguatosi via in altre parti quell’essercito, rimase da i Santi medemi liberata la Città.”

Correva l’anno 1438. Da poco più di un decennio Brescia era passata sotto il dominio della Serenissima, ma i Visconti non avevano rinunciato alla Lombardia orientale. Niccolò Piccinino, famoso capitano di ventura, guidava l’esercito di Filippo Maria Visconti. Il 13 dicembre le truppe milanesi assaltarono il punto considerato più debole: lo spalto del Roverotto, poco lontano dalla porta di S. Andrea e dal forte di S. Apollonio (non lontano da Torre Lunga, quindi vicino all’attuale porta Venezia). L’assalto fu respinto dai bresciani, ma la battaglia fu sanguinosa, con moltissime perdite su tutti e due i fronti.

Il giorno successivo Niccolò Piccinino decise di togliere l’assedio e di ritirarsi, senza dimenticare di devastare (come fece spesso nelle sue campagne militari, pure in Valtrompia) i territori in cui passava.

Lo scampato pericolo spinse i bresciani a festeggiare, ovviamente anche con processioni e cerimonie religiose. Fu probabilmente in quei giorni che si diffuse la notizia che sullo spalto del Roverotto erano apparsi i santi patroni, “con armi d’oro e splendidi nell’aspetto, a fermare le cannonate nemiche e a creare spavento e terrore fra le truppe degli assedianti”.

La prima testimonianza scritta è la lettera scritta da Nicola Colzè, vicario del podestà di Brescia, ad un amico di Vicenza, Nicola Chieregato . Il documento è datato 10 gennaio 1439, quindi meno di un mese dopo la vicenda. Colzè, pur manifestando un certo scetticismo, riferisce dell’apparizione dei due personaggi con armi d’oro, da molti ritenuti i santi patroni Faustino e Giovita.

E’ il segno evidente che la tradizione superò presto l’ambito dei ceti popolari e si diffuse anche tra gli strati socialmente più elevati.

Tra le cronache degli storici è da citare l’accenno di Elia Capriolo che scrisse: “Dicono alcuni in questo luoco, che andò fama nel campo del Picinino come sopra il muro al forte di Sant’Apollonio furono da nemici visti dui Santi in forma de combatenti, quali si pensò dopo, che fossero S. Faustino e S. Giovita”.

Tra i documenti più noti ci sono però le lettere scritte nel 1452 da Lodovico Foscarini, pretore di Brescia, al patriarca di Venezia Lorenzo Giustiniani.

In queste missive si parla esplicitamente dell’apparizione, senza peraltro citare i nomi dei patroni.

Dei documenti si occuparono personaggi prestigiosi: in particolare Angelo Maria Querini, vescovo di Brescia, ma anche il papa Benedetto XIV, che riprese le lettere nell’opera “De canonizatione Sanctorum”.

Proprio questa citazione diede grande rilievo alla vicenda, che fu sostanzialmente alla base della discussione che si svolse in particolare tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.

Tra le ipotesi formulate nel corso degli anni, sono da citare quelle relative ad una diversa identificazione dei santi patroni: non Faustino e Giovita, ma i Santi Paolo, Cipriano, Deodato ed Evasio, i cui resti furono trovati in quegli anni nella chiesa di S. Pietro in Oliveto, quindi non lontano dallo spalto del Roverotto dove si verificò l’apparizione.

I SANTI FAUSTINO E GIOVITA NELLA LEGGENDA E NELLA STORIA

1^ parte: nella leggenda

Sulla parete rivolta ad est della torre civica di Sarezzo troviamo alcune preziose testimonianze della vita civile e religiosa del nostro comune. Una lapide ricorda che la Comunità tutta “ha edificato la torre con suo denaro in onore di Dio Onnipotente, della Beata Vergine e dei Santi Faustino e Giovita e a vantaggio di detta Comunità.  Nell’anno del Signore 1585”. Più in alto vediamo scolpito lo stemma del comune con intorno la scritta: “Castelanie Comunis Saretii Vallis Trompie”. Sopra questo stemma due lapidi accostate recano scolpito un altorilievo con le figure dei due santi patroni in vesti di guerrieri, con in una mano la palma del martirio e nell’altra rispettivamente una bandiera ed una spada sguainata.
In alto, sulla facciata della parrocchiale, la scritta latina “Martiribus Faustino et Iovitae Divis Tutoribus”  ci dice che i due santi patroni ai quali la chiesa è dedicata sono martiri. Nella pala morettesca del coro i due patroni sono raffigurati insieme ai santi Martino e Bernardino, e nell’ancona lignea vediamo le loro statue. In ambedue le rappresentazioni i patroni indossano abiti da guerrieri e S. Faustino porta la barba. Anche la piccola tela conservata nel palazzo comunale ci mostra i due santi “in arme”, cioè come guerrieri medioevali.
Come si concilia tutto questo con la più antica tradizione che vuole Faustino sacerdote e Giovita diacono?
Che cosa sappiamo con certezza, della vita e delle opere dei nostri patroni oltre al fatto che morirono martiri nei primi secoli dell’era cristiana?

Intorno alle figure realmente storiche di Faustino e Giovita è sorta e si è tramandata nei secoli una lunga serie di leggende. In mancanza di documentati riferimenti storici, la fantasia popolare si è sbizzarrita a creare storie fantastiche, con accadimenti strepitosi e spesso inverosimili. È quello che è avvenuto per tanti altri martiri dei primi secoli considerati alla stregua dei lontani numi tutelari delle prime tribù pagane. Sappiamo tutti, tanto per stare a Sarezzo, della leggenda che ha per protagonista S. Cecilia. Di come la nobile fanciulla romana, perseguitata perché cristiana, fuggì verso Brescia e poi, sempre inseguita dai pagani, si nascose a Zignone, presso Carcina. Scoperta dai soldati, salì sul monte Palosso e si diresse verso S. Emiliano, dove, dopo aver recitato un Pater, riuscì a salvarsi nascondendosi in una grotta, mentre i soldati precipitavano in un burrone detto “la corna dei pagani”.
Ma torniamo ai Santi Faustino e Giovita intorno ai quali è nata una raccolta di episodi leggendari detta “Passio”, composta molto probabilmente nel secolo VIII da un certo prete Giovanni di Milano su richiesta del duca longobardo di Brescia e forse dallo stesso re Desiderio.
Secondo questa narrazione Faustino e Giovita, fratelli, nacquero a Zignone (località che -abbiamo visto- ricorre anche nella leggenda di S. Cecilia) in prossimità di Carcina o, forse a Sarezzo, Faustino nel 90 e Giovita nel 96 d.C., essendo imperatore di Roma Traiano. Figli di nobile famiglia senatoria, furono ben presto avviati allo studio delle lettere e al maneggio delle armi. Ancora adolescenti rifiutarono il paganesimo per farsi cristiani. Ricevettero il battesimo dallo stesso vescovo di Brescia S. Apollonio, nella notte di un Sabato Santo nella basilica cristiana di S. Andrea. In seguito furono ammessi agli ordini sacerdotali, Faustino divenne prete, Giovita diacono.  Si dedicarono così ad una intensa attività di predicazione operando prodigi e conversioni straordinarie.  Nel 120 l’imperatore romano, di passaggio a Milano, venne a sapere quanto i due bresciani andavano facendo e diede ordine al governatore della Rezia , Italico, di ridurli al silenzio o arrestarli. I due fratelli proclamarono alta la loro volontà di continuare a diffondere il Vangelo.  Insieme ad altri cristiani furono imprigionati, sottoposti a terribili supplizi affrontati sempre con straordinaria fermezza. Condotti fra i leoni dell’anfiteatro, si videro le belve accovacciarsi ai loro piedi, gettati tra le fiamme di un rogo il fuoco non lambì le loro vesti, lacerate le loro carni con spuntoni e aculei, continuarono a cantare lodi a Cristo senza un lamento. Di fronte a tali avvenimenti prodigiosi, la stessa moglie di Italico, Afra, volle proclamarsi cristiana, ricevette il battesimo dalle mani di S. Apollonio e finì martire. L’imperatore ed i suoi accoliti tentarono con le lusinghe e con le minacce di costringere Faustino e Giovita a tornare al culto pagano. Più volte rinchiusi in prigione, venivano ogni volta liberati dall’apparizione di un angelo splendente. Furono portati a Milano, a Roma, a Napoli, sottoposti a continue sevizie e crudeli tormenti, sempre riuscirono a salvarsi per intervento divino. Alla fine i due santi vennero ricondotti a Brescia dove furono accolti dal Vescovo Apollonio e da una schiera di cristiani.  Ripresero a predicare, a operare conversioni e prodigi. Tradotti ancora una volta in prigione, attesero in preghiera il giorno della sospirata condanna a morte.
Il 15 febbraio dell’anno 146, essendo imperatore Adriano, vennero condotti fuori dalle mura della città attraverso la porta Matolfa, insieme ad altri cristiani fra cui la stessa Afra. Giunti nella località nota come Forca di Cane, sulla via che porta a Cremona, dopo aver perdonato i loro carnefici e alzando le mani al cielo, Faustino e Giovita furono decapitati. I loro corpi vennero composti e accompagnati al vicino cimitero di S. Latino dove trovarono pietosa sepoltura.
Così narra la “Passio” composta al tempo del dominio longobardo, un periodo storico di grandi attese e paure, che tuttavia si apriva a grandi speranze.

Questa fantasiosa narrazione, ulteriormente sviluppata con numerose varianti, divenne un racconto edificante e fu tramandato oralmente di generazione in generazione. I martiri Faustino e Giovita, riscoperti agli inizi del medioevo, assurgeranno ben presto al titolo di primi patroni della città di Brescia. Lungo i secoli il popolo li invocherà come protettori pronti a combattere in difesa della città minacciata e dei suoi abitanti.
È quanto accadde ancora una volta a Brescia sul finire del Medioevo.
La storia racconta che verso la fine dell’anno 1438 le truppe milanesi guidate da Nicolò Piccinino al servizio dei Visconti varcarono l’Oglio e, dopo aver devastato la terra di Franciacorta, Brione e Polaveno, cinsero d’assedio Brescia. Il 13 dicembre ebbe inizio l’assalto alla città. Sullo spalto che conduce al castello, detto Roverotto, poco lontano dalla porta orientale di S. Andrea, ebbe luogo l’ultima estrema resistenza dei Bresciani. Ci furono migliaia di morti da entrambe le parti, ma alla fine il Piccinino fu costretto a levare l’assedio e a ripiegare verso la campagna. Alla vittoria contro i milanesi, i Bresciani iniziarono le processioni di ringraziamento e i festeggiamenti. E immediatamente si diffuse la notizia che nel momento dell’assalto finale, erano apparsi “i martiri di Cristo Faustino e Giovita, splendidi nell’aspetto e con armi d’oro, a combattere per i concittadini e per le patrie mura”.
Ancora una volta storia e leggenda si erano strettamente intrecciate.


2^ parte: nella storia

Lungo il viale che da Porta Venezia sale al castello di Brescia si trova un sacello (monumento del XVI secolo) che ricorda la prodigiosa apparizione dei Santi Faustino e Giovita accorsi in difesa della città. Gli storici contemporanei dell’avvenimento si limitano a riportare quello che la gente va dicendo. C’è anche chi afferma che tale notizia sia stata diffusa dai milanesi stessi per giustificarsi della cocente sconfitta subita e che il Piccinino avesse esclamato “Sono solito combattere contro i fanti, ma non contro i santi”. In realtà – osserva uno storico - la leggenda era nata subito dopo la battaglia “per un felice incontro di fede religiosa e di orgoglio municipale”.
Ma accanto ai risvolti leggendari fioriti dalla devozione popolare, vediamo alcuni aspetti di verità storica. Si ritiene fondata la tradizione secondo la quale Faustino e Giovita sono nati in Valtrompia, verso la fine del I secolo d.C., a Sarezzo o nelle immediate sue vicinanze. Non risponde al vero che siano contemporanei di S. Apollonio, quinto vescovo di Brescia vissuto nel III secolo d.C.. Quando il pittore bresciano Giacomo Ceruti detto Pitocchetto dipinge per la chiesa di San Faustino di Bione la tela che rappresenta S. Apollonio nell’atto di benedire i due santi avviati al martirio non fa altro che ripetere la leggenda della “Passio”.
Il documento più antico che ricorda i due martiri è il Martirologio Geronimiano i cui codici più antichi risalgono al secolo VIII. Siamo esattamente nel periodo dei Longobardi, un popolo di guerrieri giunto in Italia nel secolo VII e che fecero di Brescia uno dei loro più  importanti ducati. Dopo la conversione al cattolicesimo i Longobardi diedero un decisivo contributo alla diffusione del culto dei santi in particolare di quelli che erano stati tradizionalmente guerrieri o cavalieri (veneravano l’arcangelo San Michele ritenuto il capo delle milizie celesti).
Il 9 maggio di un anno tra il 720 e il 730 (ma forse nell’806) avvenne la prima traslazione del corpo dei due Santi dalla chiesa di San Faustino ad Sanguinem, dove erano sepolti, all’antichissima chiesa detta di S. Maria in Silva, nei pressi di porta milanese, che da allora venne chiamata porta San Faustino (ora porta Trento). Secondo la tradizione, durante il trasporto delle reliquie, la processione fece una sosta a Porta Bruciata quando si videro i corpi dei Santi trasudare sangue. In quel luogo, a ricordo dell’evento, venne eretto un tempietto che prese il nome di San Faustino in Riposo (ora Santa Rita).
Nel 774 i Longobardi sono sconfitti da Carlo Magno a Pavia e il ducato di Brescia entra a far parte del vasto impero carolingio. Ovunque si costruiscono nuovi monasteri benedettini e si rinnova il culto dei martiri cristiani “dimenticati” negli anni delle invasioni barbariche.
Si può così parlare anche di “riscoperta” dei Santi Faustino e Giovita.
Nell’anno 841 il vescovo di Brescia, Ramperto, fa costruire, al posto di Santa Maria in Silva, un grande monastero intitolato ai due martiri bresciani i cui corpi vennero deposti nella nuova basilica che prese il nome di San Faustino Maggiore.
In questo periodo avviene anche lo scambio di alcune reliquie fra l’abate di Montecassino, il bresciano Petronace, ed il vescovo di Brescia. Petronace donò al vescovo un braccio di San Benedetto ed in cambio ebbe un braccio di San Faustino.
Accanto a S. Apollonio e a S. Filastrio fino ad allora esclusivi patroni di Brescia, si invocano ora anche i Santi Faustino e Giovita. Le loro immagini compaiono sugli edifici pubblici, nelle chiese, sulle porte della città. Nelle celebrazioni liturgiche in loro onore le autorità civili sono accanto al vescovo; le loro effigi sono riprodotte a sbalzo sulla Croce di Campo innalzata come segno di battaglia sul Carroccio; nel 1308 sono scolpite sul sarcofago del vescovo Berardo Maggi conservato nel Duomo Vecchio.
In Valtrompia la data del 9 maggio, ricorrenza della prima traslazione, viene proclamata giornata festiva a tutti gli effetti, come lo era il 15 febbraio, data del martirio (dies natalis).
A Ville di Marmentino, a Memmo di Collio, a San Colombano, a Bovegno, a Pregno si costruiscono cappelle, si diffondono dipinti con le immagini dei patroni.
Ma è a Sarezzo che la loro figura viene celebrata con maggiore solennità. Il nostro comune tra l’XI e il XII secolo attraversa un periodo di sviluppo economico, sociale e religioso, nuove forme di aggregazione daranno vita alla parrocchia e la Vicinia diventerà Comunità (ossia Comune). Punto di riferimento di questa rinascita sono le tre chiesette sorte ancora prima del Mille: una a Zanano dedicata a San Martino, una a Noboli intitolata probabilmente a Sant’Apollonio e una a Sarezzo dei Santi Faustino e Giovita. Quella di Zanano per iniziativa del monastero bresciano di San Salvatore, quella di Sarezzo e forse anche di Noboli ad opera del Capitolo della Cattedrale.
La chiesa di Noboli cambierà titolo nella seconda metà del 1400 quando verrà dedicata a San Bernardino per ricordare il suo passaggio, nel 1442, allorché da  Zanano salì a Gardone lungo la strada del Gelè.
La prima e più antica chiesa parrocchiale del comune venne forse abbattuta o ampliata intorno al 1300 con attorno il cimitero. È infatti nel 1337 che i nobili Avogadro edificarono il loro monumento sepolcrale nell’angolo dove ora c’è la torre civica. Nella nuova chiesa c’era l’altare della Madonna con ai lati le statue di San Rocco e di San Sebastiano, l’altare di Sant’Antonio e di Santa Caterina. Sopra l’altare maggiore un tabernacolo dorato ed in alto la splendida tela dipinta dal Moretto tra il 1543 e il 1545. Il grande pittore bresciano, al quale doveva essere noto l’evento prodigioso del 1438, raffigura i Santi Faustino e Giovita nelle scintillanti armature tardomedioevali, che con una mano alzano la palma del martirio e con l’altra impugnano la spada. In alto la Vergine con il Bambino, mentre tra i due patroni vediamo San Martino vescovo, titolare della chiesa di Zanano e San Bernardino patrono di Noboli.
Questa pala è ora collocata entro la maestosa ancona seicentesca del Dossena nell’attuale parrocchiale.

Il dipinto che si trova nel palazzo comunale è del bresciano Pietro Marone (1548-1603) autore di numerose opere sparse in Valtrompia, fra esse la pala della chiesa di Noboli.
Anch’egli - come i pittori del Rinascimento bresciano Moretto, Foppa, Romanino - dipinge i patroni in veste di guerrieri.
La piccola tela (cm. 74,5 per 74) è racchiusa entro una preziosa cornice dorata che mette in risalto le figure dei Santi.
Al centro la Madonna in trono con in grembo il Bambino benedicente, ai lati Faustino e Giovita nelle corrusche armature parzialmente nascoste da un mantello.
Sotto il piede destro di San Faustino si scorge una “palla di ferro”.
È un chiaro riferimento alla attività dei Bailo di Sarezzo e dei Bombardieri di Noboli dediti alla produzione di palle da cannone.
Era antica tradizione, interrotta solo alla fine del 1700, che nella sala dove si riuniva il Consiglio Comunale fossero esposte le immagini dei Santi patroni.
La loro presenza avrebbe vigilato sulla sicurezza dei consiglieri ed ispirato loro sagge decisioni.

TRATTO DAGLI ARTICOLI DI ROBERTO SIMONI PUBBLICATI SUL QUINDICINALE “SAREZZO INFORMA” N. 3 E N. 4 DEL 2006